Nell’ambito dell’area di ricerca attivata sulla Menzogna e la Lie Detection, si pubblica una breve introduzione, i cui approfondimenti saranno disponibili in un report di ricerca e nel Manuale di Analisi Criminale in uscita in Autunno su Eurilink

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Menzogna ed Inganno

Dott.ssa Giuseppina Seppini

“Caro bugiardo che sei in ciascuno di noi, non credere di essere un bravo bugiardo, solo perché non arrossisci quando dici che sei rimasto ancora senza benzina, o di essere sincero solo perché le tue parole sono veridiche. Che tu menta per necessità o per gioco, per compassione o per professione; che tu sia astuto come Ulisse, che tu sia ingenuo come Pinocchio, leggi queste pagine e scoprirai di essere solo un dilettante”.

Jerome Kilty

Le motivazioni che spingono le persone a dissimulare o falsificare la realtà possono essere molto diverse. E le ragioni ci sono altrimenti si sceglierebbe la verità, immediatamente disponibile, senza dover ricorrere a complessi processi cognitivi. L’utilizzo dell’inganno infatti, richiede la mobilitazione di sforzi direttamente proporzionali all’entità dello stesso (mantenere il racconto credibile e sostenibile nel tempo, verificare l’aderenza dell’interlocutore, attenzionare la corrispondenza tra comunicazione verbale, paraverbale e non verbale).

Nella vita di relazione il ricorso alla menzogna, definita come “qualsiasi messaggio volutamente ingannevole che sia asserito” (Bok, 2003), determina l’adozione di specifici comportamenti, non voluti e dipendenti dalla tipologia di inganno esperita.

Esiste una differenza tra bugia e menzogna? Le bugie cosiddette “innocenti”, possono essere definite “un mentire innocuo”? E’ possibile ricondurre l’inganno ad una dimensione solidale?

Secondo Wilde, “chiunque sia stato il primo a mentire, è stato sicuramente il fondatore delle relazioni sociali”.

Le “menzogne” e le “bugie” possono essere classificate secondo una concezione consequenzialista, in tre gruppi: al primo appartengono le cosiddette “bugie a fin di bene”, il cui fine risulta essere l’evitamento o la riduzione per quanto possibile, di un evento dannoso; al secondo gruppo afferiscono quelle considerate veniali (ad esempio la giustificazione di un ritardo, ovvero la declinazione di un invito); nel terzo gruppo, invece, rientrano quelle menzogne raccontate quando la posta in gioco risulta veramente alta per il mentitore, la cui azione si manifesta in perfetta antitesi, con la filosofia Kantiana, di non utilizzare giammai l’uomo come mezzo, bensì come fine, contribuendo ad annichilire la dignità dell’essere umano, secondo il filosofo infatti “la menzogna è l’avvilimento, anzi l’annientamento della dignità umana. (Kant, 2003).

Secondo Paul Ekman (1989), esistono “due modi principali di mentire: dissimulare e falsificare. Nella dissimulazione, chi mente nasconde certe informazioni senza dire effettivamente nulla di falso. Chi falsifica si spinge oltre: non solo l’informazione vera è taciuta, ma viene presentata un’informazione falsa come se fosse vera”.

Inoltre, il tentativo deliberato di produrre, alterare o fabbricare informazioni reali o emozionali, mediante l’impiego di strumenti di comunicazione, siano essi verbali, non verbali e paraverbali, con l’intento di mantenere un credo falso o crearlo, viene definito “deception” (Giannetakis, 2015)

Le pratiche di dissimulazione e falsificazione, possono essere ascrivibili a differenti contesti e dipendentemente da questi, produrre determinati effetti di differente livello di importanza. Si pensi ad esempio all’impiego della “cultura dell’inganno” in ambito militare, come contromisura alle azioni di “deception”: la “deception” può essere definita come l’insieme di comportamenti finalizzati ad una comunicazione deliberatamente ingannevole, verso decisori avversari, rispetto a capacità possedute, intenzioni e obiettivi, al fine di indurre risposte/azioni, che possano favorire la buona riuscita della propria missione.

L’abile ingannatore per riuscire nel suo intento, deve porre in essere un comportamento finalizzato ad agire sulla credulità dell’interlocutore e sulla credibilità delle conoscenze. Intenzionalità, credibilità e creatività, sono elementi intrinseci al comportamento ingannevole.

Le conoscenze, i messaggi falsi o dissimulati che vengono trasmessi, devono poter risultare attendibili e affidabili, per evitare da parte dell’ingannato, eventuali indagini sull’argomento e allontanare possibili dubbi sull’autenticità delle informazioni fornite.

Il mentitore per essere efficace, deve poter contare sull’autorevolezza riconosciutagli dall’interlocutore e sulla sua credibilità. L’efficacia del messaggio falsificato o dissimulato, viene veicolata dal rapporto di fiducia esistente tra il mittente e il destinatario ed è inoltre influenzata dalla tendenza delle persone a voler credere di vivere in un contesto basato sulla correttezza delle azioni e veridicità delle parole. Credere di deafult il contrario, influenzerebbe negativamente le dinamiche relazionali, i rapporti sociali, quelli lavorativi e affettivi.

Nell’ottica del senso comune la credibilità può essere definita come la probabilità di essere creduti.

Da un punto di vista psicologico invece, la credibilità intesa come “perceveid quality”, rappresenta una caratteristica intrinseca della persona e connaturata alla stessa fonte comunicativa, influenzata dallo stile cognitivo, dalla maggiore o minore propensione all’inganno e alla fiducia, nonché dai vissuti esperienziali. Ma non solo: la credibilità può essere definita coma una relazione (Gili, 2005), tra l’emittente e il ricevente del messaggio: “rappresenta una dimensione intenzionale, comunicativa e simbolica e di legame con l’altro”. Può costituire un fattore di integrazione o divisione all’interno dei sistemi gruppali, ovvero una condizione latente ed intrinseca della relazione comunicativa: l’attribuzione di una maggiore o minore credibilità, rappresenta l’accordo su cui si fonda ogni processo comunicativo.

La percezione soggettiva della credibilità di una persona, avviene quindi, attraverso una valutazione immediata dell’affidabilità “tru-stworthiness” (rapporto di fiducia) e la competenza “expertise” (livello di conoscenze possedute).

La competenza inoltre, risulta essere embricata alla radice cognitiva della credibilità, influenzata sia dal legame affettivo, sia dalla condivisione di valori (Lombardo, Caci, Cardaci, 2007).

La credibilità può essere intesa non soltanto come mezzo per raggiungere determinati obiettivi, ma può essere considerata essa stessa un obiettivo.

Per essere credibile il mentitore deve possedere capacità mnesiche, funzionali sia alla costruzione del messaggio, sia alla rievocazione dello stesso, per non cadere nella sfera dell’ambiguità e rischiare quindi di essere scoperto. La memoria svolge un ruolo essenziale nel veicolare il messaggio ingannevole: in presenza di capacità mnesiche deficitarie, il soggetto potrebbe essere convinto di trasmettere un messaggio veritiero, quando in realtà risulta non corrispondente alla realtà.

La complessità intrinseca alla produzione dell’informazione ingannevole, non può non essere considerata intenzionale: l’intenzionalità è una caratteristica degli stati mentali, di protendere verso uno scopo e possedere uno specifico contenuto intenzionale; è uno stato proposizionale, caratterizzato da due aspetti, l’atteggiamento e il contenuto (Bonfiglio, 2012). E l’intenzionalità non può non essere cosciente: in questo caso la coscienza rappresenta l’auto-evidenza della volontà menzognera. Sono le intenzioni che spiegano il comportamento (Scano, 2011): l’intenzionalità può essere definita, come “un comportamento legato obiettivamente a uno scopo”, ascrivibile a tutti gli organismi, “i quali presentano una realizzazione dell’intenzionalità, caratterizzata da intenzioni e credenze, specie-specifica per homo”. È’ importante però precisare che non sempre le azioni dell’uomo possono essere considerate intenzionali in maniera conscia, consapevole e premeditata (si pensi alle risposte correlate alla sfera emotiva).

È altresì possibile affermare che un contributo sostanziale all’identificazione del comportamento ingannevole, è dato oggi anche dalle neuroscienze.

Si utilizza il termine neuroscienze per fare riferimento a un categoria eterogenea di discipline scientifiche, il cui fine è la comprensione del funzionamento del cervello dell’essere umano, in termini di fenomeni mentali e comportamenti umani, di “come la mente emerga dal suo substrato biologico” (Bianchi, Gulotta, Sartori, 2009).

Nell’ambito delle neuroscienze l’importanza sociale rivestita dalla menzogna, ha alimentato la produzione di numerose ricerche in ambito scientifico

Le funzioni cerebrali connesse alla produzione del messaggio ingannevole, sono state studiate a partire dagli anni Duemila, con metodi di brain imaging, che sfruttano proprietà del metabolismo cerebrale e tecniche avanzate di rilevamento, mediante l’impiego della risonanza magnetica funzionale per immagini (fMRI), dei potenziali evocati cognitivi (ERP cognitivi) o della tomografia ad emissione di positroni (PET).

Anche altre metodiche di indagine hanno consentito di indagare le funzioni neurotrasmettitoriali e neuromodulatorie dell’encefalo umano, quali l’EEG l’elettroencefalogramma, che consente di mappare selettivamente l’attività elettrica di specifiche aree cerebrali, la TC tomografia assiale computerizzata, la MEG magnetoencefalografia e la SPECT tomografia computerizzata ad emissione di fotoni singoli.

Numerose sono le aree cerebrali interessate e dipendenti dalla tipologia di menzogna elaborata, ma tendenzialmente, è possibile affermare che le principali aree coinvolte sono: la corteccia prefrontale dorso-laterale, coinvolta nella memoria di lavoro e quindi correlata allo sforzo che il soggetto deve fare per verificare le conseguenze dell’inganno e la corteccia cingolata anteriore, dipendente invece dal processo di inibizione necessario sulla risposta veritiera. Inoltre è stato dimostrato che l’attività menzognera, determina l’attivazione di processi cognitivi finalizzati alla comprensione dello stato mentale altrui, con relativo interessamento di specifiche regioni cerebrali, corteccia prefrontale dorso-mediale e ventro-mediale, la corteccia cingolata anteriore e il solco temporale superiore.

Oltre alle neuroscienze, un’importante funzione nel processo di identificazione del comportamento ingannevole, è svolta dall’analisi del processo comunicativo in senso lato.

Per rendere il processo analitico decisamente più semplice, sarebbe auspicabile che il mentitore possa essere tradito dai lapsus di freudiana memoria: errori di lettura o scrittura, dimenticanza di nomi familiari, che possono essere considerati espressione di conflitti psicologici interni. Freud affermava che il lapsus linguae derivava dalla soppressione dell’intenzione di dire qualcosa, anche se non sempre la presenza di lapsus può essere direttamente correlata a un comportamento ingannevole. Spesso chi mente fornisce risposte evasive, risponde in maniera indiretta, risulta prolisso, ma può essere anche in grado di pronunciare affermazioni circostanziate. Anche chi dice il vero in realtà, può esprimersi in maniera evasiva, facendosi trasportare dalle emozioni.

Pause troppo brevi o prolungate, sia nella fase di attacco che durante un discorso possono essere indicatori di comportamento menzognero, così come l’uso frequente di intercalari, di ripetizioni o di parole a metà.

Inoltre il suono della voce, può costituire elemento utile allo smascheramento della menzogna, strettamente correlato alle emozioni provate in un dato momento.

Nella relazione comunicativa anche i gesti illustratori rivestono una certa importanza: questa tipologia di gesti, accompagnano le parole, illustrano il discorso oppure si utilizzano quando si è alla ricerca di un determinata parola che non sovviene nell’immediato, si acquisiscono dipendentemente dal contesto culturale in cui si è inseriti.

Anche il volto umano può rappresentare un utile strumento per identificare la menzogna. Sul volto possono essere presenti espressioni correlate sia a manifestazioni involontarie, sia a specifica volontà del soggetto e derivate dall’attivazione dei muscoli facciali e strettamente connesse alle emozioni provate. Le espressioni involontarie rispetto a emozioni specifiche quali felicità tristezza, rabbia, paura, disgusto e sorpresa, possono essere annoverate tra gli elementi specifici dell’evoluzione della specie umana, senza alcuna differenza rispetto al genere, all’età, cultura di appartenenza o razza (Hess, Thibault, 2009). Attraverso il viso possono essere manifestate, la tipologia di emozione, l’intensità e la combinazione di due emozioni differenti. Le emozioni pur possedendo differenti connotazioni tematiche, hanno un elemento in comune, quello di consentire l’emersione dell’io, mettendo il soggetto in comunicazione con il mondo circostante; il modo di vivere le emozioni, si manifesta nel comportamento, nel modo di essere delle persone (Borgna, 2007).

Ma è possibile dire la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità? Pura tautologia o esperienza concreta?

È possibile peccare di ingenuità nell’affermare che la verità si possa dire sempre e comunque?

Spesso la sola narrazione di un evento, potrebbe racchiudere in sé elementi fuorvianti, perché lo svolgimento del racconto, viene esplicitato secondo una prospettiva personale, un vincolo individuale, una personale mappa concettuale. Il racconto quindi, diviene il frutto, di una personalissima e unica elaborazione: quella del soggetto che descrive gli accadimenti. Non è una realtà ontologicamente fondata e nemmeno un processo di dissimulazione/falsificazione intenzionale della stessa.

Ancora, in alcune occasioni è possibile credere che si stia affermando il vero, ma in realtà la narrazione degli accadimenti, può essere influenzata da quelle che vengono definite “distorsioni cognitive”.

Le distorsioni cognitive sono determinate dalle euristiche, scorciatoie mentali, di cui l’individuo si serve, per risparmiare tempo e risorse, che spesso producono il risultato atteso, ma in altre occasioni potrebbe non essere quello auspicato.

Ma la menzogna, quella finalizzata all’inganno, prevede un’intenzionalità cosciente di danneggiare il prossimo a differenti livelli: è connotata dalla voluntas fallendi, dalla volontà di ingannare e in alcune occasioni dalla voluntas nocendi, dalla volontà di fare del male.

In ogni situazione, in ogni caso, è possibile affermare che il veicolo della menzogna è la comunicazione.

I processi comunicativi sono le fondamenta delle interazioni umane, sulle quali si fonda l’inganno. Per ingannare bisogna essere in due: ci devono essere un emittente e un ricevente, un interlocutore.

L’inganno, la dissimulazione o la falsificazione della realtà, costituiscono parte integrante dei nostri vissuti esperienziali; l’identificazione dei segnali di menzogna è un insieme di attività assai complesso, che richiede un’attenzione costante ai processi comunicativi coinvolti, comunicazione verbale, paraverbale e non verbale e un notevole sforzo cognitivo.

I segnali di menzogna sono così embricati e connaturati alla vita quotidiana, che la consapevolezza della loro presenza può avvenire soltanto attraverso un’osservazione e una competenza analitica sviluppate nel tempo, che consentono sia di connotare l’inganno stesso di senso e di significato, sia di gestire efficacemente le dinamiche relazionali, affinchè si possa essere guidati a non allontanarsi da un comportamento corretto e morale, perché il bugiardo non è al di fuori di noi. I bugiardi siamo anche noi.

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