ADOLESCENTI E SUICIDIO

“La persona che ha una cosiddetta depressione psicotica e cerca di uccidersi non lo fa, – per sfiducia- o per qualche altra convinzione astratta, che il dare e l’avere della vita non sono pari. E sicuramente non lo fa perché improvvisamente la morte comincia a sembrarle attraente. La persona in cui l’invisibile agonia della Cosa raggiunge un livello insopportabile, si ucciderà proprio come una persona intrappolata nelle fiamme. Non vi sbagliate sulle persone che si buttano dalle finestre in fiamme. Il loro terrore di cadere da una grande altezza è lo stesso che proveremo voi o io se ci trovassimo davanti alla stessa finestra per dare un’occhiata al paesaggio; cioè la paura di cadere rimane una costante. Qui la variabile è l’altro terrore, le fiamme del fuoco: quando le fiamme sono vicine, morire per una caduta diventa il meno terribile dei due terrori. 

Non è il desiderio di buttarsi: è il terrore delle fiamme”.

David Foster Wallace

 

Il suicidio negli adolescenti può essere definito come un “comportamento multi-determinato, che si verifica in soggetti vulnerabili” (Migliarese, 2012).

La specificità delle problematiche presenti nel periodo dell’adolescenza, contribuisce a rendere questo periodo, non scevro da rischi di disturbi psichici, sofferenze e alterazioni della sfera emotiva, causalmente correlato a un’elevata incidenza di tentativi anticonservativi, spesso con esito fatale (Volterra, 2004).

L’Organizzazione Mondiale della Sanità in accordo con il National Center for Health Statistics, ha evidenziato come dal 1950 ad oggi, i tassi di suicidi tra gli adolescenti siano triplicati, con un incremento del 10% all’anno, 4382 casi nel 2001 soltanto negli Stati Uniti.

Secondo l’Istat in Italia, il tasso di suicidio è ascrivibile al 2,3 per 100.000 all’anno, tra i giovani di età compresa tra i 15 e i 19 anni (68 suicidi, di cui 19 femmine e 49 maschi), dato sei volte maggiore rispetto al tasso di suicidio tra i 10 e i 14 anni, con una prevalenza del Nord Italia (media -M -2,63), rispetto alle regioni del Sud (M 2,19) o centrali (M2,07).

In Italia il suicidio tra gli adolescenti rappresenta la terza causa di morte tra i 15 e i 24 anni di età, (la scelta di identificare questo range, è data dal fatto che seppur in età adulta, in alcuni soggetti, può essere manifesta una disarmonia evolutiva, una immaturità sul piano emotivo ed etico, che può condurre al gesto auto-lesivo).

L’adolescenza può essere definita come un travagliato e turbolento processo fisiologico-maturativo, caratterizzata da specifiche fasi (allontanamento dalle figure parentali, assunzione di comportamenti riconosciuti dagli adulti, la socializzazione, la capacità di autorealizzazione, la definizione dell’identità sessuale), che possono avere un’evoluzione positiva o determinare “un collasso psichico”, un “break down” (Volterra,2004), determinato dall’impossibilità di superare un ostacolo evolutivo.

La maggiore impulsività che caratterizza il periodo dell’adolescenza, embricata ai cambiamenti strutturali che avvengono in questo periodo specifico, è stata messa in relazione con il comportamento suicidario; alti livelli di impulsività infatti, sono stati riscontrati in molti disturbi correlati ad un alto rischio di suicidio (Dervic, Brent, Oquendo, 2008).

Nell’adolescenza si assiste a un progressivo sviluppo del sistema limbico, che precede la maturazione della regione corticale pre-frontale, con identificazione di pattern di aumento della sostanza bianca e riduzione di quella grigia (Giedd, 2008). Tali regioni sono deputate a supervisionare il controllo del comportamento, mediante specifiche funzioni esecutive e il dis-equilibro determinato tra attività e influenza del sistema limbico e della corteccia pre-frontale, può influenzare notevolmente il livello di impulsività (Casey, Jones, Hare, 2005).

L’atto suicidario, “la morte non necessaria”, costituisce un tragico evento, in grado di provocare enormi sofferenze nella sfera delle persone care alla vittima stessa; l’evento è ancora più traumatico se il tentativo anticonservativo viene posto in essere da un adolescente, poiché spesso esiste l’ingenua convinzione, che l’eta’ dell’infanzia o dell’adolescenza siano caratterizzate da un’assoluta felicità, gioia di vivere, convinzione in reale antitesi con il totale rifiuto per quella stessa vita, solo in apparenza serena, che si traduce appunto nell’evento suicidario.

La predizione del comportamento suicidario è un problema di difficile soluzione. La corretta e precoce identificazione del soggetto con intenzioni suicidarie, nonostante rappresenti una condizione di assoluta emergenza in ambito psichiatrico, risulta essere assolutamente complessa. La complessità è inoltre determinata dalla difficoltà nel procedere ad una corretta identificazione delle molteplici variabili costituenti e determinabili l’evento suicidio. Esistono fattori tra loro concorrenti, ascrivibili a quelli che in letteratura vengono definiti fattori primari (patologie psichiatriche, disturbi di personalità borderline, antisociale, precedenti tentativi anticonservativi, storia familiare di suicidi, comunicazione di volontà di suicidio, presenza di riduzione dell’attività serotoninergica[1] centrale, consumo di droghe, ), secondari quelli che Maggiolini (2009) definisce i Life events, (vissuti esperienziali negativi, lutto, isolamento, bassa coesione familiare), terziari, fattori di tipo socio-demografico e clinico-biologico, fattori a breve o lungo termine e fattori generici in contrapposizione con quelli precipitanti. Esistono inoltre alcune variabili demografiche che si correlano positivamente con il suicidio (adolescenza, genere maschile, età avanzata, piuttosto che alcuni periodi, quali la primavera o il periodo premestruale nel genere femminile), ma il valore predittivo risulta essere corroborato alla contemporanea presenza dei fattori di rischio primari o secondari (Dello Buono, Darù, Colucci, Pavan, 2004).

Esistono inoltre alcune categorie di gruppi ad alto rischio suicidario (Pompili, Girardi, 2015), la cui identificazione costituisce elemento sostanziale all’attuazione di specifiche strategie preventive:

  • giovani omosessuali o bisessuali; l’esplorazione e la definizione di un’identità sessuale, e di coming out rientrano nel processo di maturazione sessuale, che interessa il periodo dell’adolescenza dei ragazzi gay, lesbiche e bisessuali. È stato dimostrato che nei soggetti che non hanno superato positivamente le problematiche relative all’orientamento sessuale, il tasso di comportamento suicidario è da due a sei volte maggiore rispetto ai ragazzi eterosessuali;
  • adolescenti con esperienza di reclusione in strutture carcerarie; è emerso infatti che il 20% dei ragazzi sottoposti a questo tipo di restrizione della libertà, aveva effettuato almeno un tentativo anticonservativo e che l’8% aveva riportato delle sequele.

L’epidemiologia dell’evento suicidario, potrebbe rivelarsi deficitaria dal punto di vista quantitativo, sia per manifestazioni di “vergogna” presenti tra i familiari dell’adolescente suicida e per l’atteggiamento di condanna per la morte auto-inflitta, sia per l’effettiva difficoltà di ricondurre una morte per cause violente/traumatiche, ad un circostanziato evento suicidario e a “discriminare la reale volontarietà dell’accidentalità del fatto stesso” (Scwarzerbenrg, 2002). Esistono poi alcuni comportamenti nella sfera adolescenziale, definiti come “accident proneness”, ovvero la tendenza ad avere incidenti, le sfide del rischio, le anoressie mentali, che potrebbero in realtà essere riconducibili ad una forma di atto autolesivo differito (Volterra, 2004).

Nel 2013 l’assemblea dell’OMS ha adottato il Mental Health Action Plan, che definisce gli obiettivi da raggiungere entro l’anno 2020, nell’ambito della salute mentale, tra cui quello di ridurre gli atti auto-soppressivi del 10%, con specifiche indicazioni contenute nel report Preventing suicide: a global imperative (ridurre l’accesso ai mezzi utilizzati per gli atti anticonservativi, predisposizione di barriere al fine di ridurre/impedire l’evento caduta da luoghi elevati, politiche finalizzate alla riduzione dell’abuso di sostanze che creano dipendenza). L’OMS attenziona inoltre la funzione esercitata dai mass media: nel documento “ Preventive Suicide. A Resource for Media Professionals”, enfatizza l’importanza del miglioramento di strategie comunicative, inerenti le informazioni sul suicidio, evitando l’impiego di un linguaggio sensazionalistico e favorendo invece comunicazioni finalizzate a pubblicizzare possibili attività di supporto.

È possibile inoltre identificare quelli che Wasserman (in Pompili, Girardi, 2015), definisce i fattori di protezione, che possono essere suddivisi in interni ed esterni; quelli interni possono essere riconducibili all’adozione di strategie di coping efficaci allo stress, tolleranza alla frustrazione, presenza di soggettiva felicità ad alto livello, presenza di un credo religioso e assenza di psicosi. Tra i fattori protettivi esterni possono invece essere annoverati, un adeguato supporto sociale, una relazione terapeutica efficace (trattamenti psicologici o psichiatrici), la presenza di persone o animali dei quali prendersi cura ed esercitare una forma di responsabilità, di presa in carico.

Il costante aumento dell’incidenza e della prevalenza statistica, degli eventi suicidari, ha determinato l’insorgenza di una nuova scienza clinico-umanistica, denominata suicidologia, che racchiude in sé differenti discipline, dalle quali elaborare riflessioni antropologiche, filosofiche, giuridiche, psicologiche, psichiatriche, sociologiche, teologiche ed epidemiologiche, al fine di meglio comprendere il fenomeno stesso, ma soprattutto di consentire l’identificazione di prodromi o sintomi premonitori, funzionali all’evitamento del suicidio.

La comprensione di un tentativo di autodistruzione, non è riconducibile ad un’unica legge causale, che possa essere generalizzata, ma può avvenire soltanto mediante un’analitica ricostruzione delle circostanze che lo hanno determinato, anche con il supporto della suicidologia; il processo di analisi è possibile attraverso quella che viene definita “autopsia psicologica”, che consente di indagare aspetti individuali, interpersonali e ambientali tra loro interconnessi e interdipendenti (Giannettakis, 2016). L’autopsia psicologica è un processo mediante il quale vengono ricostruiti gli accadimenti della vita del suicida, attraverso informazioni provenienti da differenti fonti: ricostruzione degli inquirenti e del medico legale, analisi dei comportamenti sociali e psicologici, identificazione di eventuali malattie psichiatriche, interviste effettuate a persone afferenti alla rete familiare, al medico di medicina generale, ad amici del defunto (Huston, Hawton, Shepperd, 2001).

Il suicidio costituisce un fenomeno enigmatico assai complesso, caratterizzato da un polideterminismo della stessa condotta autolesiva e risultante da una lunga catena di accadimenti, all’interno dei quali è venuta meno la possibilità di intervenire in maniera efficace, che avrebbe potuto contribuire all’evitamento del gesto di auto-soppressione.

L’identificazione precoce di situazione di disagio nel periodo adolescenziale, costituisce processo essenziale alla prevenzione dell’evento suicidio, che costituisce un grave problema afferente alla sanità pubblica; il percorso potrebbe essere facilitato dalla divulgazione di informazioni alla popolazione in senso lato, che consentano la corretta identificazione degli adolescenti a rischio, poiché soltanto mediante un’azione sinergica tra i professionisti della salute e i non addetti ai lavori, è possibile offrire supporto a giovani vulnerabili, per i quali il suicidio non è mai evento imprevedibile, bensì l’esito infausto di una serie di accadimenti non identificati precocemente, la cui unica possibilità di evasione, di fuga, di liberazione, da uno stato di profonda turbolenza, viene rappresentata dall’evento autolesivo, estrema ratio per porre fine a una sofferenza alienabile, insopportabile, interminabile.

[1] Alcuni studi (test neuroendocrini di stimolazione serotoninergica, di rivelazione della serotonina piastrinica, di brain imaging con la PET- Tomografia ad Emissione di Positroni), hanno evidenziato la presenza di bassi livelli di serotonina e del suo metabolita l’acido 5-idrossi-indolacetico, nel tessuto cerebrale di soggetti suicidi. Adolescenti con storia di tentativi anticonservativi e tali alterazioni del sistema serotoninergico, sono stati messi in relazione con un rischio di condotta auto lesiva, dalla dieci alle venti volte maggiore, rispetto ai loro coetanei senza tale alterazione biologica.

 

scritto da Dott.ssa Giuseppina Seppini – Master in Analisi Comportamentale e Scienze Applicate

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