Emozioni, aggressività e bullismo. Paola Giannetakis - p.giannetakis@unilink.it

 

L’aggressività ha un significato sociale negativo, essa è associata ad effetti più distruttivi che costruttivi, ma l’aggressività fa parte delle componenti affettive dell'uomo, è una delle potenzialità emotive che ci appartiene. Comprendere il significato di certi comportamenti aggressivi tra i giovani e spiegare da cosa originano tali condotte nella possibile determinazione delle cause è fondamentale nel fenomeno del bullismo.

Nel periodo evolutivo, l'aggressività è uno strumento utile al bambino ed è tollerata, questo comportamento viene progressivamente incanalato e diretto dai genitori, o da chi si occupa dei bambini, verso una dimensione accettabile e misurata. A partire dall'età pre-scolare osserviamo questi comportamenti detti "prepotenti" e quando questi persistono spesso testimoniano alcune difficoltà dei bambini più piccoli nel gestire le interazioni conflittuali con i loro coetanei.

Crescendo i bambini solitamente imparano a gestire la rabbia e la frustrazione utilizzando approcci negoziali ma quando questo non accade ci si trova di fronte ad episodi di violenza e prevaricazione (Gini, 2005). Esistono diversi tipi di aggressività, una di tipo reattivo e una di tipo proattivo. La reazione difensiva sarebbe la risposta a uno stimolo, al contrario dell’aggressività proattiva che invece è caratterizzata da comportamenti aggressivi deliberati. Il bullismo è tendenzialmente una modalità proattiva. L’aggressività proattiva può, infatti, essere suddivisa a sua volta in due sottotipi: il bullismo e l’aggressività strumentale.

Lo stereotipo tradizionale dei bulli descrive questi bambini come non accademicamente brillanti, ansiosi, insicuri, ed inclini a ricorrere alla violenza per risolvere i conflitti, come unica risorsa a loro disposizione (Olweus, 1993). Ulteriori potenziali carenze sono state individuate nelle loro competenze sociali, ai bulli manca la capacità empatica, la capacità di valutare le conseguenze emotive dei propri comportamenti sugli altri, i sentimenti e la capacità di condividere e capire le esigenze e i sentimenti degli altri. 

Rimanendo nella sfera emozionale, sappiamo che i bambini proattivi presentano bassi livelli di empatia e di disagio personale derivante dal loro comportamento, gli stessi dimostrerebbero una carenza di ragionamento morale proprio in riferimento alle sofferenze inflitte agli altri.In generale, i bambini tendono a vivere le emozioni negative intense e frequenti come un mix di diverse emozioni negative come disforia, rabbia e ansia e tendono a mostrare livelli relativamente alti di aggressione e di esternalizzazione.

I bambini quando esperiscono intense emozioni negative tendono a far fronte in maniera non costruttiva attraverso la rabbia, e quelli soggetti a intense emozioni associati a comportamenti esternalizzanti hanno comportamento anti-sociali.  

Quale ruolo rivesta la comprensione emotiva e il giudizio morale nei comportamenti lesivi verso gli altri è chiarificato dalla relazione tra empatia, sviluppo morale e comportamento aggressivo.La questione sulla capacità del bullo di empatizzare con la propria vittima apre una riflessione che è controversa, in diversi studi emerge che i bulli sono incapaci di empatizzare e di conseguenza incapaci di comprendere il danno psicologico o fisico che infliggono alle vittime. Al contrario altri ricercatori suggeriscono che i bulli sono capaci di comprendere lo stato mentale degli altri, inclusi i valori, i desideri, e i sentimenti.

La questione quindi sull' effettiva incapacità di comprendere le conseguenze emotive del loro comportamento sui sentimenti delle vittime potrebbe essere centrale proprio perché relazioni interpersonali positive sono caratterizzate dalla sensibilità nei confronti degli altri.Secondo Bar-On bulli, vittime, altri attori ostili, sembrano avere difficoltà nello stabilire e mantenere relazioni interpersonali. Molto spesso ai bulli manca la sensibilità e sono incapaci di avere degli amici, d’altro canto le vittime spesso dimostrano essere ipersensibili e anche questo influenza le loro relazioni.  

Il giudizio morale è connesso alle emozioni morali, in questi termini è possibile comprendere in maniera adeguata le dinamiche delle scelte e dei comportamenti. Colpa, vergogna, rabbia e disgusto sono anch’essi emozioni morali che influenzano fortemente il comportamento delle persone.

Lo sviluppo morale è quindi uno sviluppo emozionale. Ma la motivazione morale ha anche una forte componente cognitiva, infatti, un bambino deve prima capire la validità delle regole morali. I bambini a quattro anni hanno sviluppato una comprensione della validità delle norme della giustizia e sono in grado di distinguere le norme morali da altre regole sociali.

Ciò implica quindi che un bambino non solo capisce ma accetta anche la validità di queste norme morali Tuttavia, questa conoscenza morale non è necessariamente esperita personalmente come vincolante e può rimanere concepita come esterna al sé. L’approccio comportamentista collega lo sviluppo morale all’apprendimento, le norme vengono apprese attraverso esperienze e con il meccanismo del rinforzo positivo o della punizione progrediscono nello sviluppo morale.

 L’ approccio di precostituita gerarchia morale offerto da Kohlberg è stato messo in discussione dalla teoria di Bandura attraverso il modello del determinismo triadico reciproco che offre un frame-work di spiegazione utile, secondo Bandura, la persona è modulata dall’interazione di fattori ambientali, cognitivi ed affettivi. Questo modello implica che l’individuo agisce nell’ambiente tramite le strutture cognitive e motivazionali che gli appartengono. Un importante meccanismo, determinante nei comportamenti lesivi di altre persone è il disimpegno morale che include una serie di meccanismi cognitivi che, operando una scissione tra pensiero e azione, permettono al soggetto di restare in pace con la propria coscienza anche quando mette in atto condotte che palesemente ne tradiscono i principi.  -        Maggiore è il disimpegno morale e minore è il senso di colpa e il bisogno di riparare al male causato dalla condotta lesiva (Bandura, Barbaranelli, Caprara, Pastorelli, 1996).

E’ necessario quindi giustificare a se stessi la correttezza delle proprie azioni, regolate da controlli morali interiori che spesso spiegano la discrasia di certi comportamenti in persone capaci di elevate forme di ragionamento morale.   

Le decisioni morali quindi sono sensibili alle emozioni, esistono due scuole di pensiero, una che considera i giudizi morali quali prodotti del nostro sistema emotivo, un'altra che sostiene che mentre le emozioni sono spesso fortemente coinvolte nel processo del giudizio morale, la nostra morale è frutto della capacità umana di ragionare distintamente e quindi di distinguere il bene dal male.

La tensione tra queste due posizioni ha una lunga storia, meglio esemplificata nel dibattito tra Kant e  Hume,  le credenze morali basate sulla ragione sono state, in virtù dell'affidabilità del ragionamento, più facilmente accettate da tutti come verità, queste posizioni razionali sono emerse con teorici come Piaget e Kohlberg secondo il quale il giudizio morale si sviluppa in funzione dello sviluppo delle capacità cognitive del bambino. In contrasto con il razionalismo, la prospettiva emozionalista (Kagan, 1984) postula che le emozioni assumono un ruolo primario nella produzione del giudizio morale e decisionale.

Di particolare interesse è il lavoro di Kozeki e Berghammer che distinguono tra i diversi livelli di empatia, il più alto dei quali denominato 'morale', che è stato appunto strettamente associato con lo sviluppo morale e potrebbe essere modellato da genitori o insegnanti.  

E' chiaro che la capacità di comprendere i sentimenti e i pareri espressi dagli altri sia un fattore chiave nello sviluppo della morale.

Le emozioni hanno un effetto importante sul giudizio morale e quindi sul comportamento. Le emozioni sembrano pervadere il giudizio umano, e le persone sono spesso inconsapevolmente influenzate dalle loro risposte emotive. Lo sviluppo sociale nei bambini comprende la gestione di competenze diverse, che permettono alle persone di creare e mantenere relazioni soddisfacenti nel proprio contesto sociale. Questo significa essere in grado di comprendere le regole sociali, di comunicare efficacemente, di comprendere le intenzioni delle persone, stati d'animo ed emozioni, al fine di rispondere adeguatamente.Fattori come l'emotività ed in particolare, la capacità di regolare le proprie emozioni sono competenze fondamentali per creare e mantenere buone relazioni sociali.  Alcuni studi hanno cercato di collegare i comportamenti aggressivi e antisociali con più bassi livelli di comprensione delle emozioni suggerendo che coloro che hanno scarsa comprensione delle emozioni dimostrino di avere anche comportamenti disadattivi.Sembra evidente l’esistenza di un legame tra comportamenti internalizzanti ed esternalizzanti e competenza emotiva, espressione emotiva e regolazione emotiva.

Nello specifico, difficoltà nella comprensione emotiva e nella regolazione emotiva sono correlati a comportamenti esternalizzanti come aggressività ed iperattività. La competenza emotiva ed il conseguente sviluppo morale sono il risultato del percorso esperienziale del bambino all'interno degli ambienti in cui vive e cresce.

Ruolo importante è inoltre rappresentato dal rinforzo sociale dei comportamenti aggressivi e lesivi, questo è sempre più osservabile, riprendere e postare episodi di violenza trasforma un’azione deprecabile in un atto di successo e di possibile emulazione, lo snatura della sua gravità e disumanizza la vittima.

Promuovere la competenza emotiva può contribuire a diminuire i casi di bullismo e di vittimizzazione, non basta scrivere ed imporre delle regole è necessario educare e rieducare alla comprensione di se stessi e degli altri, la crescente anomia sociale e la conseguente perdita e frammentazione di valori contribuisce a formare un contesto che favorisce certi comportamenti piuttosto che inibirli.