La consapevolezza e la conoscenza in contrasto al terrore.

La percezione del rischio legato ad attività terroristiche di stampo religioso è un elemento costante nella realtà attuale nel nostro Paese.
Diversi accademici si sono espressi in tal senso operando un’analisi degli effetti e delle ricadute in termini reali sulle scelte del consociato che si muove nel contesto quotidiano sotto il continuo effetto di un sentimento di frustrazione e di ansia, costringendosi ad assumere una serie di atteggiamenti conseguenti di tipo adattivo-repressivo alterati appunto dalla percezione del pericolo circostante (Giannetakis 2017).
Gli operatori della sicurezza di ogni ordine e grado, si trovano pertanto a dover fronteggiare ambiti distinti in tema di prevenzione degli atti criminali di matrice terroristica, dove la componente percettiva della cittadinanza non può essere ignorata in quanto capace di indurre comportamenti di massa connotati da evidenti ripercussioni in ambito politico, sociale ed economico assumendo spesso un carattere altalenante da considerarsi “patologico” rispetto ad un auspicabile sentimento sociale di sicurezza e stabilità.

 

Quanto è reale il rischio di attentati di stampo terroristico alla sicurezza pubblica idonei a destabilizzare un “sistema-Paese”?
Quanto la soggezione ad un sentimento di diffuso scoramento e generale sfiducia nella tenuta dell’apparato di sicurezza statale risponde al vero in termini fenomenologici degli episodi delittuosi in tal senso?

Secondo il Rapporto annuale sulla sicurezza e l’insicurezza sociale in Italia e in Europa (Demos&Pi, Osservatorio di Pavia e Fondazione Unipolis 2017) quasi la metà degli italiani intervistati, il 44,3% dichiara di essere preoccupata per eventuali attacchi terroristici. Il tasso di insicurezza globale sale addirittura al 76%.
Gli Italiani sono dunque un popolo impaurito, questo è un dato di fatto.

Reazioni scomposte del corpo sociale che tende a porsi in atteggiamento difensivo e diffidente assumendo dimensione di insicurezza “globale” pongono in discussione istituti ormai consolidati come gli accordi di Shenghen e la libera circolazione di cittadini.

Ben il 48% degli intervistati è favorevole al ripristino dei controlli alle frontiere rispetto al “problema dell’immigrazione e della sicurezza” e circa il 39% ritiene gli immigrati un pericolo per l’ordine pubblico e la sicurezza delle persone.
Saremmo disposti a cedere una parte della nostra libertà alla paura. E’ quello che si prefigge banalmente il terrorismo di ogni matrice. La costante e perpetua erosione delle nostre certezze.
Demos&Pi ci restituisce un’Italia che cerca nutrimento e rifugio in atteggiamenti esclusivi, che tende inconsapevolmente ed irrazionalmente a perseguire politiche di chiusura da e verso l’esterno.

Da dove derivano queste suggestioni?

Un terzo esatto delle notizie fornite dai principali telegiornali italiani nell’edizione serale nel corso del 2016 hanno trattato il tema dell’immigrazione.
Certo il palinsesto televisivo italiano va ben oltre l’offerta dei TG, che a rigore dovrebbero offrire una serie di informazioni connotate da un principio di equidistanza e di obiettività, proponendo di contro una vastissima offerta di rotocalchi e quotidiani di approfondimento di cronaca e costume sin dalle prime ore del mattino con un bacino di ascoltatori enorme.
La Televisione Commerciale è un mezzo piegato a logiche di mercato e di massimizzazione del profitto col fine ultimo di attrarre attenzione affrontando temi di forte impatto emozionale quali delitti, migrazioni di massa e attentati terroristici spingendo il focus sugli eventi fino a raggiungere livelli “voyeuristici”.
La paura e l’ansia generano attenzione, la quale in una sorta di circolo vizioso funge da volano di condizionamento interiore e porta ad assumere talvolta atteggiamenti e posizioni antagoniste rispetto a politiche più prudenti e connesse all’effettiva dimensione degli eventi.
La percezione del rischio, la chiusura, l’allarmismo rispetto agli attacchi terroristici, sono vicini e attinenti alla realtà effettuale?
La risposta sembra essere NO.
Facendo una ricerca su base 2007-2015 presso il Global Terrorism Database (National Consortium for the Study of Terrorism and Responses to Terrorism) non emerge alcun attentato con rivendicazione ad opera di gruppi terroristici di stampo religioso in Italia.
Il GTD censisce 45 episodi classificandoli come attentati per un totale di 15 feriti mai rivendicati da alcun gruppo terroristico legato in ogni modo ad ISIS o prima ad al-Qaeda.
Per avere un immediato riscontro in termini epidemiologici, quotidianamente in Italia muoiono in media 8 persone a causa di incidenti stradali.
Alla luce dei dati osservati quindi, sarebbe corretto affermare che in Italia non si muore di attentati terroristici di matrice islamica ed anzi, quasi il problema parrebbe non esistere.
Eppure questa sarebbe una chiave di lettura populista tanto quanto la cieca e stolida banalizzazione del problema secondo un’equazione matematica flussi migratori=attentati e propagazione di atti delinquenziali.

Il terrorismo di matrice islamica è comunque un tema di portata mondiale.

Occorre sostanzialmente uno sforzo intimo dell’individuo che dovrebbe approcciare determinati temi con animo critico, cercando di contrastare sentimenti naturali di chiusura, di paura e di resistenza a tematiche portatrici di forte impatto emozionale seppur presentate ed affrontate in questa chiave dai mass media.
La sicurezza interiore passa anche per la conoscenza.
Un corpo sociale adeguatamente informato, educato all’analisi dei fenomeni storici che lo circondano, forma una popolazione più forte e più reattiva, che meno si presta a strumentalizzazioni politiche e deliberatamente antagoniste.

Analizzando il rapporto sui Modelli del Terrorismo dello “Stato Islamico” dal 2002 al 2015 (Background Report START www.start.umd.edu/gtd) possiamo riscontrare 4.900 attacchi con 33.000 morti e 41.000 feriti.

L’Italia non è immune e non potrà considerarsi tale nel futuro.

Sappiamo che gli attentati attorno a noi in Europa, sono stati perpetrati da soggetti ispirati all’ISIS ma che si distaccano dal classico paradigma studiato in passato secondo il quale la subordinazione tra struttura organizzativa terroristica e terminale ultimo di offesa (soggetto che materialmente compie l’attentato) era molto più marcata.
Il direttore del Dipartimento Informazioni per la Sicurezza Alessandro Pansa, nella relazione sulla politica dell’informazione per la sicurezza 2016 ha sottolineato quale centro di forte criticità i cosiddetti fenomeni di auto-radicalizzazione di soggetti definibili come lupi solitari, che agiscono in contesti diversificati in relazione all’iter di approvvigionamento delle armi all’acquisizione di risorse economiche e di nozioni strumentali ai fini dell’esecuzione di atti terroristici.
I servizi informativi quindi, sono chiamati ora più che mai a moltiplicare i propri sforzi, orientandoli certamente ad un elevato livello tecnico informatico e strategico (cyber security, Cyber-TTC, Network and Information System ecc.), ma anche riportandosi verso la centralità del ruolo dell’operatore, che vive il territorio e che forse deve tornare ad attività informative legate alle comunità ed alle relative interconnessioni, dove il livello di sensibilità degli agenti svolge un ruolo fondamentale.
Agenti dei servizi informativi diversi quindi, organici ad ogni ambiente produttivo e sociale, che condividono spazi e contesti con soggetti immigrati di prima o seconda generazione già integrati nel tessuto valoriale e culturale italiano ma che ad un certo punto della loro esistenza (secondo dinamiche tuttora oggetto di studio) si trovano ad aderire a modelli religiosi estremi, tali da spingersi fino alla pianificazione e realizzazione di attentati distruttivi.
Frutto questi di un auto indottrinamento, slegato da legami diretti con gli apparati armati e organizzati militarmente riferibili a DAESH, ISIS, ISIL o qualunque altro nome.
Ci sentiamo confusi e destabilizzati perché se la nostra esperienza, il nostro vissuto è capace di reagire e rapportarsi a ordigni esplosivi o fucili da guerra, a sabbiosi scenari di guerra remoti, possiamo persino comprendere la spinta interiore del martire che si lascia esplodere, ma rimaniamo smarriti se la violenza e il sangue scorrono in una chiesa sperduta della Normandia o sotto le ruote di un autotreno che si getta sulla folla a passeggio su un lungomare.

Il Direttore del DIS arriva ad auspicare che la Relazione stessa “esca definitivamente dalla torre d’avorio degli addetti ai lavori” aprendosi quindi al dibattito, al superamento di barriere inesistenti che precludono a priori il dialogo attorno all’intelligence in passato relegato a consessi esclusivi e distanti dalla popolazione.
Si parla oggi di partecipazione, interazione, mutua condivisione di informazioni, know-how tecnologico e conoscenze tra comparti diversificati del vivere comune, che spaziano dall’industria al mondo accademico e amministrativo.
L’istituzione di organismi come il CRUI (Conferenza dei Rettori delle Università Italiane) e il CINI (Consorzio Interuniversitario Nazionale per l’Informatica) sono significativi dell’orientamento dei servizi informativi italiani dove dalla concezione degli stessi come “apparati”, si vuole migrare verso una cognizione dinamica dell’intelligence, più moderna e matura per arrivare alla creazione di una “comunità della sicurezza” in cui ogni soggetto potrebbe rivestire un ruolo di collettore di informazioni preziose.
L’intelligence italiana sta cambiando, guarda con interesse ad ambienti come le Università, le Aziende e le Amministrazioni in cui si possono realmente concentrare eccellenze, risorse umane capaci di apportare il proprio contributo sganciandosi dai precedenti modelli di reclutamento.

Condivisione quindi, consapevolezza e ricerca della libertà nella sicurezza.
Dott. Emilio Boscaro

Master  Scientific Intelligence Unilink