“Noah cercava di sfuggire e io allora l’ho rincorso per le scale e lo ho riportato in bagno, un paio di volte è riuscito a tirare fuori la sua testa e mi ha detto “mamma perchè? ” io l’ho ributtato giù e ha smesso di divincolarsi”
Andrea Pia Yates è appena visibile quando entra nell’aula del giudice Hill al Tribunale di Houston in Texas. Indossa una tuta color arancione brillante, con le parole «County Jail” stampate a caratteri cosi grandi da coprire tutte le sue spalle, grandi come il crimine impensabile che ha commesso, un crimine che ha scosso la coscienza nazionale. Andrea Yates ha annegato i suoi cinque figli uno per uno nella vasca da bagno della sua casa di periferia a Houston. Andrea ha annegato prima Luke, 2 anni, poi Paul, 3 anni, John, 5 anni, poi Mary di 6 mesi e mentre il corpo della piccina galleggia a testa in giù, dice a Noah, 7 anni, di entrare nella vasca ma lui si rifiuta e scappa, lei lo rincorre, lo raggiunge e riporta nel bagno dove cerca di affogarlo, il bambino riuscirà più volte e riemergere per respirare ma alla fine muore. La madre lo lascia lì a galleggiare. Posiziona tutti i corpi, tranne quello di Noah, su un letto, coperti da un lenzuolo bianco, uno a fianco dell’altro e poi chiama la Polizia, ” E’ ora” sono le uniche parole che pronuncia, infine chiama il marito e lo invita a tornare a casa.
L’imputata confessa gli omicidi e descrive quello che è successo. Dice alla polizia che non è una buona madre e che i bambini non si stavano sviluppando nel modo giusto. Dice che ha ascoltato delle voci che le hanno suggerito di uccidere i bambini per salvarli dall’inferno, poichè non erano come sarebbero dovuti essere.
Andrea viene dichiarata capace di intendere e di volere, ma emerge subito una situazione mentale complessa, caratterizzata da episodi depressivi e psicotici. Dopo la nascita del quarto figlio, Andrea comincia a soffrire di depressione, attraversa un periodo di alti e bassi con due tentati suicidi, una serie di ricoveri, terapie e sostegno. Purtroppo la settimana precedente agli omicidi si recherà in ospedale e nonostante una pregressa diagnosi di psicosi post-partum e nonostante dichiari di voler fare del male ai suoi figli, non viene ascoltata e mandata a casa. In primo grado verrá condannata al carcere a vita e poi in appello, dichiarata non colpevole per ragioni di insanitá mentale – not guilty by reason of insanity-.


Il caso Yates è un caso emblematico, ma non rappresenta un caso isolato, i figlicidi sono frequenti sebbene si differenzino per modalitá e motivazioni.

L’ attivitá omicidiaria della donna si manifesta prioritariamente nell’ambito domestico familiare e in particolare nei confronti dei figli, le donne uccidono spesso i figli che hanno messo al mondo e questa è certamente la forma più sconvolgente di omicidio, definito infanticidio o figlicidio in relazione all’etá del bambino. Fatti di questo genere ci lasciano sempre senza parole, ci sconvolgono profondamente. Come è possibile che una madre uccida le proprie creature?

Eppure secondo le statistiche le donne sono responsabili nel 75% dei casi di uccisione dei propri figli.
I ricercatori che studiano l’ infanticidio hanno cercato di determinare quali siano le motivazioni correlate a questo crimine, ed è emerso che alcune madri uccidono a seguito di allucinazioni psicotiche o a stati di grave depressione , come nel caso di Andrea Yates. Alcune madri sono cosi psicotiche e depresse che si convincono che i propri figli staranno meglio in un altra vita. Una patologia psichiatrica quindi è spesso rilevabile nei soggetti protagonisti di questi drammatici eventi, e a tal proposito, negli ultimi anni si è cominciato a studiare in modo approfondito la depressione post parto, proprio perché lo stato depressivo successivo alla nascita che colpisce alcune donne, sembra essere associato a degli sbilanciamenti chimici ed in particolare al crollo del progesterone che induce un grave stato depressivo. Il disturbo depressivo post-partum è molto più comune di quanto pensiamo, infatti l’80% delle puerpere soffre di una forma lieve di depressione entro un anno dal parto, e se questo stato, definito baby-blues, persiste, la depressione può aumentare fino a produrre stati psicotici ed in rari casi condurre a esisti tragici come appunto l’uccisione del bambino.
Ma non tutti i casi di figlicidio sono associabili ad una condizione psichiatrica, De Greef ha cercato di valutare tutte le possibili componenti motivazionali associate al figlicidio; l’uccisione per violenza e percosse perchè infastiditi dal bambino, si comincia con il percuoterlo e si finisce con l’ucciderlo; l’uccisione a causa di turbamenti post parto legati ad una percezione distorta del bambino visto come figura ostile e da odiare; l’uccisione a causa di malattie mentali, l’uccisione per non gravarsi del peso economico del neonato; l’uccisione per ragioni sociali o per motivi di onore. Ci sono però anche madri che uccidono per motivi di vendetta e volontà di punire il partner, madri che per opportunità, nel caso in cui i figli siano un ostacolo alla realizzazione dei propri desideri, decidono di eliminarli.
Meyer elenca alcune modalità come l’ uccisione diretta e volontaria, la morte a seguito di abusi fisici, la morte cagionata in modo consapevole ma indiretto attraverso il neglect, e cioè trascurando il bambino, ad esempio lasciandolo in auto sotto il sole, o lasciandolo solo in piscina sapendo che non sa nuotare. Un ulteriore tentativo di classificazione stabilisce che esistono madri che uccidono e si suicidano, madri che uccidono e confessano, altre che uccidono e dimenticano, e altre ancora che uccidono e depistano per non farsi scoprire.
In relazione alle modalità uccisorie, secondo Resnick le madri uccidono maggiormente per asfissia, strangolamento e annegamento.
Sebbene il figlicidio non può essere esclusivamente relazionato alla presenza di patologie o alterazioni mentali tali da determinare una compromissione della capacità di intendere e di volere, una buona parte delle madri che lo compie soffre di disturbi depressivo psicotici, in questa prospettiva è fondamentale semplificare l’accesso a strutture di sostegno, proprio perché una donna che ha una forma grave di depressione ed è madre di bambini piccoli e tenta il suicidio, é da considerare un soggetto a rischio.

written by Paola Giannetakis