Perché le vittime di stupro spesso non si ribellano. Una risposta neuroscientifica.

Il comportamento umano è caratterizzato da diverse forme di adattamento fisiologico e psicologico. La coercizione sessuale può produrre una forma di adattamento nella vittima sia esso direttamente correlato alla violenza che ad altre condizioni non direttamente relate ad esso, neurobiologicamente esistono delle evidenze che dimostrano che determinati meccanismi precedono e si antepongono al controllo di sè stessi in circostanze di pericolo. Per anni si è creduto che rientrasse nelle modalità oggettive a disposizione della vittima di rispondere ad un attacco, oggi si delinea uno scenario sostanzialmente caratterizzato da fattori precipitanti parzialmente determinati biologicamente che diventano pervasivi e dominanti in assenza di una opportuna educazione alla difesa di se stessi in circostanze di estremo pericolo.

 


Spesso si chiede ad una vittima di stupro o di violenza sessuale se ha urlato, se si è difesa, se ha cercato di ribellarsi. Domande che spesso di fronte ad una negazione producono giudizi negativi conducendo ad una pregiudizievole conclusione e cioè che la vittima era consenziente. La vittima ha gradito la violenza o quantomeno non ha fatto nulla per evitarla. La forma di colpevolizzazione che ne segue appare evidente, la stessa colpa si distribuisce tra aggressore e vittima. La difesa, l’attiva resistenza, appaiono indispensabili componenti dello stupro che sembra non essere più stupro dal momento che la vittima non gli ha opposto la giusta resistenza. La normale attesa opposizione, quella dettata dal senso comune di chi, per sua fortuna, non è mai stato vittima di uno stupro.
Senza tralasciare l’importanza delle componenti culturali e sociali all’interno delle rispettive dimensioni e influenze sul comportamento umano, ci limitiamo a discutere degli aspetti neuroscientifici relativi al comportamento delle vittime. Una ricerca conclusasi in Svezia ha messo in luce che cosi come alcune specie animali, tipicamente predate, anche le vittime di stupro e violenza sessuale manifestano una reazione di congelamento nel momento in cui subiscono questo tipo di aggressione. Questo congelamento è una forma di paralisi temporanea che viene definita immobilità della tonicità. La TI è una forma di paralisi involontaria che coinvolge l’intero corpo e produce anche incapacità di parlare.
Pensiamo ad alcune specie animali che di queste paralisi temporanee hanno fatto una capacità di sopravvivenza, trattasi di una forma di di difesa strategica evolutiva di tipo adattogeno vincente. Quando nessun’ altra difesa è possibile quella di fingersi morti o iporeattivi resta l’ultima possibilità. Questa possibilità non segue ad una fase decisionale valutativa ma è parte della conoscenza del cervello che si attiva in modo autonomo come nella gran parte delle circostanze del nostro esistere.
Tutti conosciamo la risposta attacco o fuga (fight-flight) in risposta a stimoli che sono percepiti come pericolo imminente di minaccia alla propria sopravvivenza. Ma esiste anche una seconda tipologia di risposta detta fight-freeze che descrive un differente scenario in relazione a come si può reagire di fronte alla percezione di un pericolo di cui si ha la consapevolezza essere superiore alle nostre capacità di risposta, questa risposta conduce ad un congelamento determinando una paralisi.
Questa risposta nasce dalla necessità di sopravvivere quando si entra in contatto con i predatori, e si attiva quando c’è un contatto fisico, una forte paura e l’impossibilità di fuggire.
La paralisi indotta dallo stupro appare prevalere in un gran numero di donne vittime di stupro che sono state studiate con l’obiettivo di determinare se esistesse una relazione tra le dinamiche dell’evento traumatico e le successive conseguenze psicologiche.
Nella modalità fight or flight il cervello attiva le aree dedicate al controllo motorio che possa consentire di scappare o combattere, ma quando questa modalità non è possibile i programmi di immobilità si attivano e producono una paralisi temporanea.
Il sistema di risposta abbassa i livelli di energia e vengono prodotte sostanze in grado di mitigare il senso di paura e dolore grazie al rilascio degli oppiacei endogeni come l’endorfina che producono uno stato analgesico.
Né esseri umani né animali possono controllare questi meccanismi. Le vittime di stupro manifestano tale risposta quando dai canali sensoriali l’informazione trasmessa si traduce in “essere senza scampo”. Una forma dissociativa fisica, psicologica ed emotiva dalla situazione.
Ulteriore conseguenza è la risposta psicologica post trauma, le vittime si colpevolizzano di non aver avuto la forza di reagire, di opporsi, questo in ambito clinico è dimostrato dalla forte correlazione tra questa tipologia di risposta e la presenza di Disturbo da Stress Post Traumatico. La correlazione tuttavia non determina una causalità, se la paralisi temporanea e quindi il congelamento sono molto comuni questo dipende dai meccanismi di difesa cerebrali involontari tipici sia dell’essere umano che di molte specie animali.
Da un punto di vista giuridico le implicazioni di queste conferme scientifiche possono essere notevoli poiché tradurre un comportamento attraverso la corretta comprensione delle risposte fisio-psicologiche significa saperlo contestualizzare in modo appropriato.
Da un punto di vista morale e sociale forse prima di esprimersi bisognerebbe aver vissuto determinate esperienze, nessuna persona desidera essere violata cosi brutalmente nel profondo. Nessuna. Cosi come a nessun animale piace essere divorato vivo.
Biasimare un comportamento senza conoscerne la vera natura rende colpevoli quanto coloro che la violenza l’hanno commessa. Colpevoli almeno moralmente.
Paola Giannetakis