LA PAURA COME ARMA DEL TERRORE

Terrorismo e strategia della paura, un'arma a doppio taglio.

di Paola Giannetakis - Analista comportamentale - professore straordinario Link Campus University

La paura è un’ emozione e in quanto tale appartiene a tutte le forme di vita più complesse essa  è correlata a risposte  biologiche derivanti dalla percezione sensoriale che arrivano al sistema nervoso e che  generano ulteriori stimoli psico-biologici interagenti tra di loro costantemente, la paura prende vita e viene processata  in tre diversi circuiti: il cervello rettiliano, il cervello limbico e il neocervello (Mac Lean, 2013), essa è funzionale alla sopravvivenza, è il primario strumento per  metterci in salvo da situazioni di pericolo poichè stimola due comportamenti distinti quello di fuga o quello di attacco. Questo avviene in maniera inizialmente inconsapevole solo successivamente subentrano dinamiche di consapevolezza ed elaborazione, ovvero quando le informazioni ad origine sensoriale transitano dal cervello rettiliano a quello limbico e alla neocorteccia.

Come emozione la paura produce effetti che vanno ben oltre la risposta di attacco e fuga.  La neurofisiologia e il comportamento umano subiscono notevoli influenze che sono differenziate da individuo ad individuo lungo un percorso che deve necessariamente tenere conto di tutta una serie di fattori esterni ed interni alla persona. La paura può essere contingente e immediata o legata all’anticipazione di qualcosa,  tutte le tipologie possono produrre effetti critici sul nostro comportamento e sulla nostra mente.

La paura è lo strumento primario nella grande guerra del terrore. Lo è da sempre. Obiettivo dei terroristi a prescindere dalla loro motivazione, da qualsiasi tipologia di motivazione, è quello di generare paura nella sua forma più intensa e penetrante che è il terrore.

Questa paura prodotta consente loro di sentirsi rilevanti di dare consistenza ai loro obiettivi, è evidente che il terrorismo più che sul numero di vittime conta sull’effetto prodotto misurabile nelle modificazioni umane conseguenti all’atto compiuto e anticipato.

Il terrorismo di ISIS ha mostrato una particolare strategia della paura caratterizzata dall' evoluzione attraverso un percorso che sicuramente parte dalla conoscenza sebbene parziale del modo in cui la paura si manifesta ma ha ignorato alcuni fattori che ne influenzano il progredire e la risposta individuale e collettiva, alcuni legati a cultura ed ambiente che non appartengono a loro e che quindi manipolano con difficoltà.

La dimensione ottimale per produrre una minaccia credibile e una paura di difficile gestione è il risultato della combinazione tra parziale conoscenza della minaccia che la rende prossimale e elementi di imprevedibilità, vanno dosati elementi di prossimità con elementi sconosciuti che ne rendono vicina la presenza ma lontano il controllo.

Jihadi John aveva un’accento familiare parlava una lingua che conoscevamo poteva essere vicino simbolicamente  ma era lontano in termini geografici. Era capace di commettere atti atroci dei quali tutti avremmo dovuto avere paura, ma erano da noi lontani e per quanto la visione di certe immagini colpiva nel profondo la percezione di un pericolo per se stessi era davvero marginale. L’evoluzione della strategia asserviva anche a reclutare affiliati, simpatizzanti, combattenti e questo per un certo periodo ha avuto effetto.

Aumentando l’effetto scenico si erano illusi di poter incutere terrore, altre decapitazioni, incendi di persone vive, l’effetto è sbiadito, ci siamo progressivamente de-sensibilizzati abbiamo in qualche modo demonizzato quella che era terrore traducendolo in un’azione di uomini sadici e psicopatici. Ed alcune scelte quali quelle di addestrare i bambini ad uccidere che ci venivano mostrate hanno avvalorato la nostra percezione allontanando da noi la paura perché quella dimensione era troppo distante da ciò che poteva avere un valore ideologico riconoscibile e accreditabile. Era necessario avvicinarsi per dare una consistenza effettiva del terrore raggiungendo l’obiettivo. Una forma di disseminazione in Europa nelle nostre città e nei momenti di svago e sorriso trasformandoli in drammi.

Non siamo nuovi al terrorismo, ne abbiamo vissuti di diversa eziologia  ma in tutte le sue forme il terrorismo è principalmente una guerra che si combatte su un piano psicologico, in termini di numeri le vittime di attentati terroristici sono molto limitate rispetto ad altri eventi in cui si rischia di perdere la vita, in questa forma odierna di terrorismo che dobbiamo fronteggiare,  uno dei metodi che hanno considerato come utile vista il progressivo distanziamento di interesse  è stato quello di influenzare la nostra percezione di rischio, con l'intento di farci credere che non c’è nulla che loro non sono in grado di fare, che non c’è uno spazio sicuro dove noi possiamo rifugiarci, che in ogni strada dove  passeggiamo loro possono  schiacciarci come formiche.  Gli attacchi definiti low cost per l'utilizzo di  mezzi  di utilizzo comune sebbene hanno sopperito alla  crescente difficoltà di reperire armi o materiali esplosivi hanno anche abbattuto un assunto, aprendo alla certezza che non serve molto per uccidere. Un martello, un coltello, un furgone.

Effetti della paura

Cosa accade nel nostro cervello quando abbiamo paura?  normalmente siamo dei dispositivi che  funzionano in risposta ad un pericolo, come anticipato questa risposta istintiva risiede in quello che viene definito cervello rettiliano, grazie a questo istinto siamo in grado di sfuggire  al pericolo e metterci al sicuro senza tradurlo nell’immediato in un pensiero consapevole, qualche istante dopo siamo in grado di ragionare sulle informazioni e prendere una decisione, possiamo agire, possiamo andarcene, possiamo calmarci, possiamo aver risolto un problema, ma se siamo costantemente in uno stato di allerta questo ha delle conseguenze sul nostro modo di ragionare. Potremmo trovarci in condizioni di immobilismo, e derivare in pensieri ossessivi che sono prodotti da quella parte del cervello che si localizza nella corteccia fronto-striata, potremmo vivere delle influenze della corteccia cingoltata che ci fa vivere in costante stato di allerta. Questo influenza fortemente il nostro comportamento perchè la paura è un complesso psicofisiologico emozionale che produce delle alterazioni nell’umore, nel temperamento, nella motivazione e nella personalità. L’esperienza cronica di paura può modificare e portare a stress psicologici fino a giungere a veri e propri disturbi mentali. Gli effetti psicologici sono maggiormente misurabili attraverso la rilevazione dell’incidenza di disturbi quali il disturbo post-traumatico da stress (PTSD) i cui sintomi vedono un progressivo e pervasivo mutamento del comportamento che conduce le persone a non poter più vivere la quotidianità.  La  popolazione israeliana per il 40% dopo la prima intifada  risultava affetta da disturbo post traumatico da stress oltre che da disturbi quali la depressione e l'ansia.

Ma sorprendentemente in generale tendiamo a tornare ad uno stato di omeostasi,  torniamo alla normalità molto velocemente, una capacità questa  che appartiene all’essere umano e dalla quale consegue che nessuna sollecitazione, anche legata al più accurato planning strategico terroristico, riesce a farci stare in allerta e attenti molto a lungo. A coadiuvare questo processo di riequilibrio ci sono le connessioni sociali, la comunità, la solidarietà. La cosi detta resilienza sociale.

La popolazione quindi tende alla de-sensibilizzazione, da un punto di vista neuro-fisiologico la ripetuta esposizione ad eventi drammatici e violenti sebbene potrebbe aumentare l’impatto negativo  nella maggioranza delle persone porta ad una forma di adattamento se non proprio ad un assuefazione, una forma di adattamento alle mutate condizioni che si correlano alla tendenza al ritorno ad un equilibrio e quindi non più ad un costante stato di allerta. Questo va accompagnato ad un progressivo apprendimento dei più corretti comportamenti che saranno al centro della nostra sicurezza futura, dove la responsabilità di una società sicura dipenderà anche dall'impegno dei singoli che collettivamente devono partecipare alla sicurezza comune sapendo osservare con i giusti strumenti la realtà nella quale vivono, non aprendo il fianco come conseguenza dell'abbassamento dello stato di ad ulteriori vulnerabilità.

Se il terrorismo è una guerra psicologica, la paura ne rappresenta l’arma principale, ma  proprio per la natura psicobiologica della stessa può rivelarsi un’arma a doppio taglio. Il rischio di desensibilizzazione è alto, noto è infatti l’effetto di adattamento allo stimolo, che in virtù delle evidenti differenze socio culturali legate all’ambiente e alle esperienze può azzerare l’impatto e l’eco trasformandosi in poco più di una mera difesa per la propria incolumità che si abitua progressivamente ad ambienti a rischio, poco più del vivere in una società sempre più pericolosa.

Chi deve tenerci in uno stato di terrore elevato ha quindi  la costante esigenza di ripetere gli episodi perché al diminuire dell’impatto globale diminuiscono le adesioni al movimento stesso ma è alla dimensione della rilevanza ottenuta dal riconscimento di uno status che l’intera organizzazione dipende. Se scompare l’audience il programma prima perde gli sponsor e poi chiude i battenti.

Paola Giannetakis

analista comportamentale professore straordinario Link Campus University

p.giannetakis@unilink.it