Terrorismo. Omicidi di massa e lupi solitari, la motivazione autogena ed esogena.

Terrorismo. Omicidi di massa e lupi solitari, la motivazione autogena ed esogena.   

Paola Giannetakis - Link Campus University

La definizione di terrorismo dipende dalla prospettiva di chi lo definisce, manca di un consenso accademico, è basata infatti su concetto controverso e politicamente definito. In generale si cerca un legame, una connotazione unica, definita e definente che necessariamente deve affiliarsi ad un’ ideologia più ampia e legata ad un’organizzazione che la sostiene, condivide e diffonde. Un omicidio di massa è rappresentato dall’uccidere un numero di persone nello stesso momento e nello stesso luogo o comunque in un’area ravvicinata e senza pause temporali tra l’una e l’altra uccisione, sostanzialmente è l’esternazione di un sentimento di vendetta, di un senso di rivalsa, collocabile nella sfera personale dell’individuo o degli individui coinvolti che può essere ancorato ad un’ideologia ma nell’assenza di una affiliazione ad un’organizzazione. La proposta classificazione di omicidio di massa ideologico e non ideologico rischia quindi di non essere esaustiva. In questo senso anche i lupi solitari che compiono omicidi di massa non dovrebbero essere interpretati come una categoria a se stante in termini ideologici poiché questi possono simpatizzare per un’ideologia ma per definizione non ne fanno parte.

Se analizziamo la strage compiuta da Breivik, vedremo come la sua dimensione motivazionale sia caratterizzata da una forte ideologia di tipo fascista nazista con connotati legati alla purificazione della società di tipo missionario fondamentalista. Quali sono le sostanziali differenze tra un omicidio di massa compiuto da un singolo ed un lupo solitario? Un lupo solitario è per lo più un soggetto che si auto investe di una missione, aderisce spesso senza collegamenti strutturati ad un’organizzazione, vive ed interpreta, auto incentivandosi, l’intera circostanza. Un omicida di massa è una figura sovrapponibile, e tendenzialmente rappresenta una dicotomica classificazione tra un attentatore ed un omicida.

 

Saipov, che ha ucciso con un furgone 8 persone a Manhattan è stato definito un lupo solitario radicalizzato durante la sua permanenza negli Stati Uniti dove lavorava ed aveva un regolare visto.

La comunità internazionale è concorde nel sostenere che il terrorismo è spinto da una specifica ideologia o motivazione politica, questo è meno frequente negli omicidi di massa che nella gran parte dei casi sono azioni indiscriminate di violenza contro una popolazione innocente sebbene le stesse possano avere un fondamento ideologico.  In presenza di queste sovrapposizioni, il fattore motivazionale diverso dove quello comune è la violenza. Per comprendere le tipologie di violenza che sono necessarie anche per l’interpretazione dell’aspetto motivazionale, partiamo dalla definizione generale della World Health Organization, la violenza è intesa come l’uso intenzionale di forza fisica o di potere, minacciato od effettivo, contro qualcuno, sia esso una persona o un gruppo di persone, che ha come risultato - o è molto probabile che abbia come risultato - un danno, la morte , un danno psicologico,  comprometta  sviluppo o si concretizzi in una forma di deprivazione.

La violenza  è un  comportamento molto eterogeneo e deve essere necessariamente differenziata dall' aggressività, mentre la violenza è aggressione, una persona aggressiva non è detto che sia violenta. L’ aggressione è  un comportamento di sopraffazione, ostile, dannoso o distruttivo (Vallabhajosula, 2014) ed è caratterizzato da attacchi verbali o fisici. Un comportamento aggressivo può essere distruttivo e violento, ma può anche essere appropriato e difensivo, al contrario la violenza è un tipo di aggressione caratterizzata dall’aggredire in modo ingiustificato e dannoso (Vallabhajosula, 2014).

La violenza può essere di natura affettiva, questa  impulsiva e originante da stravolgimenti emotivi intensi (Declercq & Audenaert, 2011) o predatoria,  premeditata.  La violenza predatoria può anche  maturare sulla base di elementi affettivi emozionali che si sviluppano nel tempo.  La distinzione è altresì dimostrata da un punto di vista neurobiologico, studi recenti mettono in evidenza differenze cognitive e intellettive tra i soggetti che mostrano comportamenti violenti affettivi o predatori (Hanlon, Brook, Stratton, Jensen, & Rubin, 2013). La violenza predatoria è premeditata, strumentale, proattiva, rappresentata da un obiettivo nella mente del soggetto che manifesta un più basso coinvolgimento emotivo ed un ridotto arousal fisiologico se non direttamente conseguenze all’azione pianificata.  Al contrario nella violenza affettiva si manifesta una forte componente emozionale, rabbia, risentimento, ostilità, agiti disformi in risposta agli stimoli che vengono percepiti come provocazioni od insulti. La violenza di questo tipo è spesso quindi di tipo reattivo.

Il ruolo della dualità distintiva tra questi due tipi di violenza porta ad una riflessione utile in particolare per l’analisi di soggetti che compiono uccisioni di massa. Vanno quindi distinti due eventi criminali, uno terroristico ed uno personale individuale, la dinamica dell’uccisione di massa va quindi differenziata in autogena o non autogena.  Un assassino di massa spesso è mosso da un profondo sconvolgimento emotivo, anche maturato nel tempo che ha consentito la crescita di sentimenti ostili a tal punto da portarlo a scelte estreme, questo può essere di tipo autogeno quando appunto i motivi nascono all’interno e solo successivamente si interpolano con ideologie estremiste che fungono da ancora. Un lupo solitario è di norma un soggetto che congiunge in sè elementi autogeni ed esogeni ( radicalizzazione).  Un terrorista che agisce in seno ad un'organizzazione rimane un criminale proprio come un assassino di massa con la differenza sostanziale che nella gran parte dei casi sono assenti o minoritari gli aspetti emotivi personali. Per tutte e tre le tipologie la dinamiche i modus operandi sono quasi sempre pianificati e di natura predatoria,  i target sono scelti come la rete di un grande peschereccio andrebbe a cercare nel mare tra i banchi di pesce, e quindi con lo scopo di raccogliere il maggior numero di pesci possibile mettendo però in evidenza le differenze nelle capacità organizzative. Ulteriore ruolo da analizzare è l’uso strumentale e funzionale del terrore. Se l’obiettivo del terrorismo è non la vittima ma il messaggio e la sua diffusione, nell’omicidio di massa questo è assente. L’uomo che uccide sconosciuti scelti senza una logica se non quella di impatto massivo non vuole seminare terrore ma  vendicarsi di qualcosa che sente pervasiva e  lasciare una traccia che altrimenti non riuscirebbe a lasciare. Un soggetto che compie un omicidio di massa può uccidere in modo indiscriminato e non per motivi politici, religiosi o ideologici, laddove l’uccisione è direttamente collegata all’aggressore e alla sua condizione, il messaggio è suo personale verso il mondo a volte l’unico intento è fare giustizia da solo,  un terrorista utilizza il mezzo omicidario per inviare un messaggio più ampio spesso indirizzato alla società o alle istituzioni. Le vittime non sono che un mezzo. Il terrorismo è determinato dalla natura del crimine e non da quella del singolo criminale.

 

 

 

James Forest (ed.), The Making of a Terrorist: Recruitment, Training, and Root Causes. Three Volumes (Westport: Praeger, 2006); John Horgan, The Psychology of Terrorism (London: Routledge, 2005); Rex Hudson, The Sociology and Psychology of Terrorism: Who Becomes a Terrorist and Why? (Washington, DC: Library of Congress, 1999); Sam Mullins, “Parallels Between Crime and Terrorism: A Social Psychological Perspective,” Studies in Conflict & Terrorism, 32(9) (2009), pp. 811-830.

Meloy JR, Habermeyer E, Guldimann A. The warning behaviors of Anders Breivik. J Threat Assess Management; 2015.

Bergen P. The United States of jihad: investigating America’s homegrown terror- ists. New York: Crown Publishers; 2016.

U.S. Senate Committee on Homeland Security and Governmental Affairs. A ticking time bomb: counterterrorism lessons from the U.S. government’s failure to prevent the Fort Hood Attack. 2011.

keywords: